Brunetta ammette un errore: segno di serietà e non di debolezza
Il Fazioso | 20 ottobre 2009Il ministro Brunetta è tornato sul tema dell’assenteismo
Purtroppo in agosto e settembre è tornato ad aumentare l’assenteismo da parte dei dipendenti pubblici. Avevo tentato di dare fiducia riducendo da 11 a 4 le ore della reperibilità giornaliera per i controlli medici. Ora riscontriamo il 20-22% di assenze in più. Ho sbagliato – ha sottolineato il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta- e mi dovrò correggere”.
Il ministro confessa di essersi purtroppo pentito della recente scelta fatta in materia. Non è, infatti, una coincidenza che nei mesi scorsi sia cresciuto nuovamente l’indice degli assenteisti. Dunque, la lotta ai fannulloni continua più dura che mai, e continueranno anche i controlli sistematici per evitare nuovi aumenti del tasso di assenteismo negli uffici pubblici.
La riduzione delle ore di reperibilità era stata decisa in un decreto legge dopo i diktat e le pressioni dei sindacati, contrari alla versione precedente delle 11 ore introdotta dal ministro. Qualsiasi politico avrebbe accusato altri per il problema, lo avrebbe nascosto, ridimensionato, coperto. Insomma chiunque avrebbe cercato di non esporsi in prima persona come responsabile della percentuale negativa. Brunetta che fu ampiamente criticato quando inizialmente pose quel numero di ore alto, beccandosi insulti, accuse di demagogia e persino di sopruso indiretto ai dipendenti pubblici ha il coraggio di metterci la faccia, anche quando le cose non vanno bene come si sperava. Ora si prende la responsabilità dell’errore con serietà e responsabilità. Molti già incominciano a dire che questo è il primo segno del crollo dell’ideologia brunettiana sui problemi dell’amministrazione pubblica come se questi poi si potessero risolvere in un anno. Invece è esattamente il contrario, una strategia può essere costruita solo sul lungo termine e per forza di cose ci possono essere dei rallentamenti o necessità di ripartenze. L’ammettere un errore è una caratteristica che raramente vediamo nei politici ed è sintomo di una cultura dell’onestà intellettuale che forse avevamo dimenticato.
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