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PD: Bersani pronto a prendere il posto di Veltroni

fazioso | 31 gennaio 2009

Ormai per Walter la situazione è veramente difficile. Se alle europee non dovesse arrivare al 30% (ora è circa al 25%) sarebbero quasi sicure le sue dimissioni (o addirittura destituzione nel congresso).
E nel partito c’è già un ampio movimento per chi dovrà succedergli.
E’ Bersani il più attivo

Pierluigi Bersani è ormai in campo, e non smentisce di essere in corsa per la successione. “Ho qualche idea su come rafforzare il progetto e quando sarà il momento la esporrò”. Un riferimento sin troppo chiaro alla scadenza congressuale d’autunno quando all’interno del Pd saranno tirate le somme. Dopo le elezioni europee, e dopo quelle amministrative. Stando ai gossip più accreditati, Bersani avrebbe ottenuto il via libera dei dalemiani e sarebbe ottimista sulla possibilità di recuperare in corso d’opera il sostegno, che non non ha ancora ottenuto, del mondo delle cooperative, che sembra molto incerto e diviso su quale sia la strada migliore da seguire per dare una risposta alla crisi che ha investito il Pd.

Addirittura si parla anche di un’accelerazione in caso di sconfitta alle regionali in Sardegna

Tuttavia, il quadro potrebbe cambiare, e il confronto interno subire un’accelerazione, se le elezioni in Sardegna, in calendario a metà febbraio, dovessero registrare la sconfitta di Renato Soru. Una sconfitta, dopo quella subita dal Pd in Abruzzo, che Walter Veltroni potrebbe avere qualche difficoltà a gestire senza trarne le conseguenze. E le previsioni non sono rassicuranti.

Comunque sono i dalemiani a spingere fortemente

La candidatura di Pierluigi Bersani alla segreteria del Pd diventa sempre più cosa probabile, ieri l’ipotesi è stata evocata durante una riunione di ReD alla presenza di Massimo D’Alema e dello stesso ex ministro dello Sviluppo economico e oggi è stata la ‘Velina rossa’ di Pasquale Laurito a divulgare la notizia, scatenando il dibattito nel Pd. Nella riunione di ReD, raccontano, è stato lungo l’elenco delle lamentele sulla linea politica del partito, sullo stesso accordo per lo sbarramento al 4%.

La stessa Velina Rossa sostiene l’ipotesi

Molti nel Pd starebbero pensando di accelerare i tempi della ‘verifica’ sulla linea politica e sulla leadership e si appresterebbero a chiedere una “assemblea costituente subito”, indicando in Pierluigi Bersani il candidato alla segreteria alternativo a Walter Veltroni. Lo scrive la ‘Velina rossa’, la nota politica quotidiana redatta da Pasquale Laurito. “Numerosi parlamentari del Pd stamani ci hanno dichiarato che non è più possibile attendere per un chiarimento nel partito”, scrive Laurito. “Si sollecita da più parti la convocazione dell’assemblea costituente del partito e per la prima volta viene indicata ufficialmente la candidatura di Pierluigi Bersani come alternativa all’attuale segretario”.

Più d’uno dei presenti alla riunione di Red ha chiesto a Bersani di predisporsi a fare un passo avanti al congresso di ottobre. Il ministro ombra dell’Economia ha ribadito che per lui quello che conta non è la leadership ma la «solidità e credibilità del progetto», ma si è pure detto preoccupato proprio per le incertezze che riguardano il progetto politico del partito.

Ma non si sa se nella ex Margherita sono d’accordo

C’è però fibrillazione tra gli ex Ppi. Un autorevole dirigente ex popolare mette in fila quello che è successo nelle ultime settimane e precisa: “Quando vedo D’Alema che fa l’elogio di Hamas, che vuole ripristinare le vecchie cinghie di trasmissione con la Cgil… Beh, il punto è che c’è chi pensa di tornare indietro. Invece bisogna sapere che il Pd è una cosa nuova. E se si torna indietro non è detto che tutte le componenti restino le stesse…”. Il messaggio è chiaro, se il disegno è quello di trasformare il Pd in un partito socialista gli ex Popolari non ci staranno.

E’ quindi ormai molto probabile un’uscita pubblica di Bersani per la leadership, addirittura forse in anticipo rispetto ai tempi. E’ l’uomo giusto? Per noi è meglio che rimanga Veltroni che ci porta a notevoli successi con scarso impegno

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Penalisti: servono limiti alle intercettazioni

fazioso | 30 gennaio 2009

Sulle intercettazioni ci sono molte polemiche e la legge che uscirà dal parlamento (che dovrebbe avere l’appoggio di udc e radicali) sarà comunque presa a pretesto per lo scontro da una parte dell’opposizione.
Per diritto di cronaca segnaliamo l’opinione della Camera dei Penalisti

Le intercettazioni “servono, quel che non serve e’ ‘il gioco delle tre carte’ per ricercare notizie di reato che non ci sono, in spregio delle regole costituzionali ed a favore del protagonismo delle procure”. Lo rilevano gli avvocati penalisti, rilevando che “sulla funzione delle intercettazioni telefoniche, quale strumento di indagine, e’ impossibile dissentire, ma di certo la prassi invalsa di utilizzarle quale strumento di ricerca della notizia di reato e’ fermamente da condannare e necessita di adeguate contromisure”.

Per l’Ucpi, “e’ inammissibile che dalla lettura di una delibera di una giunta comunale o da un’interpellanza di opposizione si possa trarre il presupposto per andare a ricercare tramite lo strumento piu’ invasivo della liberta della persona, un’ipotetica notizia di reato, in ordine alla quale non si sia acquisito in precedenza il benche’ minimo indizio: questo – sottolineano le Camere penali in una nota – e’ cio’ che oggi, purtroppo da anni, avviene e continua essere avallato con costanza dalla Corte di Cassazione: consentire che il nulla indiziario generi il controllo a tappeto delle comunicazioni fra cittadini e la violazione dei loro diritti fondamentali”.

Il vero problema, secondo i penalisti, “e’ quello dei controlli della giurisdizione sulle richieste di intercettazione dei pm: si possono prevedere anche 10 giudici, ma se questi non sono terzi e sono contigui per cultura e per carriera alla logica di chi accusa ogni riforma sara’ inutile. Aspettiamoci – concludono – di vedere mortificata ogni riforma, come accaduto in passato, dalla giurisprudenza ‘creativa ed evolutiva’ della magistratura. Ogni formula legislativa sara’ posta nel nulla: tutti lo sanno ma ipocritamente fanno finta di nulla”.

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Due successi per il governo: legge sullo stalking e decreto su quote latte

fazioso | 30 gennaio 2009

Due successi per il governo in 2 giorni.

Ieri è stata approvato dalla Camera la legge sullo stalking (con ampia maggioranza), provvedimento atteso da anni e che la sinistra non è mai riuscito a portare a termini. Ecco i particolari

Ecco le principali novità del provvedimento sulle molestie insistenti, il cosiddetto ’stalking’, approvato a Montecitorio e che ora passa all’esame del Senato.

ATTI PERSECUTORI
Viene introdotto nel codice penale il reato di molestie insistenti. All’articolo 612 sulle minacce contro la persona è aggiunto il 612-bis che prevede misure contro gli «atti persecutori»: «È punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni – recita il nuovo articolo – chiunque molesta o minaccia taluno con atti reiterati e idonei a cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero a ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero a costringere lo stesso ad alterare le proprie scelte o abitudini di vita».

AGGRAVANTI
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge anche se separato o divorziato o da persona che sia o sia stata legata da relazione affettiva con la persona offesa. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di un soggetto diversamente abile, di una donna in stato di gravidanza ovvero con armi, o da persona travisata, o con scritto anonimo.

QUERELA ENTRO SEI MESI
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di persona diversamente abile nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

ERGASTOLO
Se il molestatore si spinge fino all’omicidio della vittima di stalking è punito con l’ergastolo.

AMMONIMENTO
Fino a quando non è proposta querela per il reato di stalking la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti del molestatore. La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore che, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, se ritiene fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale. Se il soggetto ammonito continua a molestare la sua vittima, si procede d’ufficio contro di lui e la pena è aggravata di almeno un terzo.

INTERCETTAZIONI
Per raccogliere prove del reato di stalking è consentito disporre intercettazioni telefoniche.

DIVIETO DI AVVICINAMENTO
Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa o di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa. Se sussistono ulteriori esigenze di tutela, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva o di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone. Il giudice può anche vietare all’imputato di comunicare attraverso qualsiasi mezzo con la vittima.

MISURE A SOSTEGNO DELLA VITTIMA
Le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevono dalla vittima notizia di reato di atti persecutori hanno l’obbligo di fornire alla vittima stessa, tutte le informazioni relative ai Centri Antiviolenza presenti sul territorio, ed in particolare nella zona di residenza, e di provvedere inoltre ad accompagnare la vittima presso tali strutture, qualora ne faccia espressamente richiesta.

NUMERO VERDE
Istituito, presso il Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, un numero verde nazionale a favore delle vittime attivo 24 ore su 24. A questo progetto è autorizzata una spesa annua di un milione di euro a ricorrere dal 2009.

Mentre oggi è arrivato il decreto sulle quote latte

Il Consiglio dei Ministri ha approvato, secondo quanto si apprende da fonti governative, il decreto legge sulle quote latte presentato dal ministro delle Politiche agricole Luca Zaia. Il provvedimento sana una vicenda che si trascina da 25 anni e che solo nella campagna lattiera 2007-2008 è costata all’Italia 160 milioni di euro in multe.

«LE MULTE VANNO PAGATE» – Il decreto arriva dopo un accordo con Bruxelles siglato il 20 novembre scorso e che ha attribuito all’Italia 620.000 tonnellate di produzione in più per un valore di mercato di circa 240 milioni di euro. «Non privilegeremo i produttori che hanno splafonato» aveva però già precisato il ministro Zaia intervenendo alla trasmissione Economix di Rai Educational – e non è vero che saranno i primi ad avere la quota». Per quanto riguarda le multe, ha spiegato ancora Zaia, «se le aziende vogliono avere le quote devono pagarle e sottoscrivere un piano di rateizzazione. Penso che forse per la prima volta nella storia un ministro ha dimostrato che si possono pagare le multe e distribuire le quote».

DISTRIBUISCE LO STATO – La distribuzione delle quote sarà a quota dello Stato. E questo, ha precisato Zaia, perché «se fossero assegnate dalle Regioni come prevede la legge 119 queste 640 mila tonnellate in più diventerebbero nuova mungitura, a noi invece interessa regolarizzare il latte che è prodotto in Italia e finire di pagare le multe europee».

Zaia ha tra l’altro aggiunto

Tre miliardi di multe di cui 1 miliardo e 671 milioni ancora da pagare, ma in totale e’ costata circa 9 miliardi la partita delle quote all’Italia in sede europea”. A fare i conti delle quote latte e’ il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia spiegando che si tratta di una “sorta di peccato originale che ci portiamo appresso da anni e che ci viene rinfacciato ad ogni negoziato”

Insomma ottimi risultati per il governo. Si nota la differenza con l’inattività dei precedenti governi di centrosinistra

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E ora la galassia comunista cerca di ri-unirsi per superare lo sbarramento

fazioso | 29 gennaio 2009

Come vi abbiamo detto ieri, l’accordo sulla legge per le europee è fatto. Praticamente la stessa legge con lo sbarramento del 4%
Tutti i partitini gridano all’inciucio o addirittura al golpe.

Ma ora dovranno per forza riorganizzarsi. E già si sono le prime avvisaglie in merito, anche se il metodo e i protagonisti non sono ancora chiari.

Proposta piuttosto sorprendente da parte di Vendola

Per rispondere allo sbarramento del 4% che dovrebbe essere introdotto nella legge elettorale per le europee Nichy Vendola propone un ‘cartello delle sinistre’. Propone un’alleanza “dai socialisti a Rifondazione”, insomma di “tutte le forze a sinistra del Pd. Tutte le forze della sinistra devono contrastare a viso aperto questo passaggio di restringimento degli spazi della democrazia ma non devono minimamente avere paura. Devono scegliere la strada di mettere in sicurezza le idee e le ragioni sociali della sinistra”.

Mentre Diliberto non vuole proprio parlare di liste elettorale e chiede una riunificazione dei comunisti in un solo partito

Questa legge è una nefandezza, ma occorre accettare la sfida. Noi non abbiamo paura della soglia di sbarramento. Abbiamo un progetto politico, quello di riunificare i comunisti e, se i comunisti staranno insieme, non c’è soglia di sbarramento che tiene. La supereremo. Diliberto si dice però nettamente contrario all’ipotesi che si rifaccia l’Arcobaleno. Se è un cartello elettorale è una sciocchezza totale. Lo abbiamo già fatto pochi mesi fa e non funziona. Ho posto questo paletto politico perché dobbiamo fare un’alleanza tra forze omogenee. Io, non da oggi, avevo proposto una riunificazione con il Prc a prescidere dalla legge elettorale, perché credo in un progetto politico che può trovare un primo passaggio politico con una lista comune dei Comunisti alle europee

Ancora diversa è la proposta della D’Angeli di Sinistra Critica

Una lista unitaria di tutti i partiti della “sinistra di classe”, purché siano disponibili a rompere le alleanze locali con il Pd. Questa ripartenza ha però bisogno di alcuni ingredienti essenziali: una radicalità anticapitalista contro la crisi e chi l’ha provocata; un processo di rinnovamento esplicito dei gruppi dirigenti che hanno prodotto l’attuale situazione disastrosa della sinistra di classe; una alternatività strategica al Pd che si realizzi anche con la rottura delle giunte locali. Non si può governare la Campania e rompere a Napoli così come non si può sostenere Soru e magari litigare con Penati a Milano. Sinistra Critica è disponibile, su queste basi, a discutere anche di una lista unitaria della sinistra di classe e anticapitalista che, senza annullare le specificità, provi a rompere il bipolarismo italiano

Ferrero invece non vuole ancora parlarne

Parlarne ora significa dare per scontato che questa legge sia già passata, è un favore a Veltroni. Io invece voglio che per almeno 15 giorni il Pd debba spiegare al Paese perché fa questo accordo con Berlusconi. E voglio che si sviluppi il dibattito dentro al Pd, visto che non tutti sono d’accordo su questo sbarramento”. Per Ferrero “Veltroni è come Villari, è attaccato alla poltrona. Accetta questo accordo con Berlusconi, con il Pd che torna ad abbassare i toni su tutto come all’inizio della legislatura, per salvare sé stesso

Insomma si sono divisi in mille partitini, tentano di riunirsi ma non si accordano per niente sul come farlo. I soliti comunisti…

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Scalfaro: Di Pietro ha commesso un reato. Nell’Idv si smarcano e Ostellino distrugge il trebbiatore.

fazioso | 29 gennaio 2009

Dopo le incredibili e vergognose affermazioni di Di Pietro contro Napolitano, continuano le critiche al trebbiatore di Montenero di Bisaccia.
Inizia Scalfaro, uno dei peggiori presidenti della Repubblica, ma amato dagli anti-berlusconiani

Presidente Scalfaro, l’Italia dei Valori ha attaccato il Quirinale in piazza Farnese. «Napolitano dorme», recitava uno striscione, mentre Antonio Di Pietro accusava il capo dello Stato di giudizi «poco da arbitro» e di «troppi silenzi» aggiungendo che «il silenzio è mafioso». Che cosa gliene pare?
«Questo secondo me è reato. Se le parole sono quelle riferite da radio e televisione, è certamente un comportamento illecito. Che stavolta non si può decentemente contrabbandare come un normale capitolo del dibattito politico. E’ vero, siamo in un regime democratico e la Carta costituzionale assicura a ogni cittadino la libertà di espressione, ma c’è un limite a tutto. La dialettica, anche aspra, è nella fisiologia del confronto, però a nessuno è lecito travolgere le istituzioni e infangarle impunemente. L’educazione e il rispetto dell’altro sono punti fondamentali del concetto stesso di democrazia».

Dopo una gelida risposta del Colle e molte dichiarazioni di solidarietà a Napolitano, Di Pietro si è difeso sostenendo che «in democrazia dev’essere permesso a tutti di avanzare critiche e di manifestare» e ha precisato di «non aver voluto offendere il presidente».
«Resto del mio parere. Non si possono lasciar passare nell’indifferenza sortite di questo genere. Davanti a queste forme gravi di abuso la democrazia si spegne. E qui siamo responsabili tutti: chi accetta questo sistema come se fosse normalità, chi tace, chi non reagisce. Tutti. L’esercizio del diritto democratico alla polemica, al dissenso, alla protesta va misurato sul registro della civiltà politica, tanto più quando a concedersi un linguaggio così intollerabile è un esponente di primo piano del Parlamento».

Anche nell’IDV si smarcano dalla rozzezza di Tonino. Ecco Donadi

È un dato oggettivo che Napolitano, in alcuni momenti molto delicati che hanno coinciso con passaggi dove la maggioranza ha posto in essere delle notevoli forzature istituzionali – ad esempio il Lodo Alfano o la ricorrente aggressione alla magistratura -, è stato parco di parole e a dir poco prudente. C’è chi in questo comportamento vede una debolezza del capo dello Stato, ma su questo tema io ho una mia idea che non coincide totalmente con quella del partito: credo che Napolitano abbia fatto bene a fare così

Però il leader dell’Idv ha detto che Napolitano non è un arbitro imparziale… “Sicuramente io ho un’opinione diversa. Da parte mia c’è un’oggettiva diversità di lettura su questi fatti che Di Pietro valuta come una colpa o come un non essere sempre stato all’altezza. C’è quindi una diversità di lettura di un dato oggettivo: la grande prudenza del capo dello Stato in Di Pietro porta a una valutazione di rimprovero al Presidente, io invece la vedo diversamente e credo che stia facendo quello che può nelle condizioni date

E già ieri in aula si era capito che non tutti nel partito personale di Di Pietro erano d’accordo con gli insulti del leader

Quando il presidente del Senato Renato Schifani ha espresso “la convinta solidarietà” dell’assemblea al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, stigmatizzando il comportamento di Antonio Di Pietro in Piazza Farnese, tutta l’assemblea ha espresso un lungo applauso in piedi, tranne i senatori dell’Idv. Ma non tutti. Perchè dei 14 dipietristi presenti a Palazzo Madama, tre in dissenso dal gruppo hanno apprezzato l’intervento di Schifani. I tre ‘dissidentì sono Luigi Li Gotti, che si è alzato in piedi ed ha applaudito; Alfonso Mascitelli che, pur rimanendo seduto, ha applaudito, ed Elio Lannutti, che in piedi ha scosso il capo rivolgendosi ai compagni di partito che erano rimasti a braccia conserte.

Oggi intanto Ostellino sul Corriere ridicolizza Tonino e gli spiega le ovvietà come si spiegano a un bambino

Alla manifestazione di ieri, promossa dall’Italia dei valori, c’era uno striscione che diceva: «Napolitano dorme, l’Italia insorge». Di Pietro ha detto che «i cittadini chiedono che si smetta di proporre leggi che violano la Costituzione », aggiungendo che «il silenzio uccide come la mafia». E si è così rivolto al capo dello Stato: «A lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?». Poi, di fronte alla reazione del Quirinale, ha precisato che — denunciando «il silenzio che uccide » — non intendeva riferirsi al presidente della Repubblica. Insomma: una pezza peggiore del buco.

Forse, qualcuno dovrebbe spiegare al capo dell’Idv — che o non la conosce bene o pretende di stravolgerla quando non gli piacciono le leggi approvate dal Parlamento e firmate dal presidente della Repubblica — cosa dice la nostra Costituzione. Il nostro ordinamento — come tutti quelli delle democrazie liberali — è un sistema di pesi e contrappesi. I poteri — legislativo, esecutivo, giudiziario, cui si aggiungono le funzioni della Corte costituzionale e le prerogative del capo dello Stato — si contrappongono e mantengono in equilibrio il sistema, ad evitare che un potere prevalga sull’altro.

Il presidente della Repubblica non è dunque un arbitro che sbaglia un fuorigioco, ma l’autorità che può rinviare alle Camere le leggi del Parlamento per vizio di costituzionalità. Se il presidente non vi ravvisa vizi di costituzionalità non può fare altro che firmarle. In caso di rinvio alle Camere, il Parlamento le può (ri) approvare tali e quali — sfiorando un conflitto istituzionale — e, a quel punto, al presidente non resta che prenderne atto o rifiutarsi ancora di firmarle, aprendo, a sua volta, una crisi istituzionale. Spetta, infatti, alla Corte costituzionale giudicare — con parere motivato — se sono o no costituzionali, impedendone di fatto e in diritto la promulgazione.
La capacità di iniziativa che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica riguarda, dunque, la «forma» (giuridica), non il «contenuto» (politico) delle leggi. Il capo dello Stato può rinviare una legge al Parlamento non perché non gli piace, è ideologicamente di diverso avviso, bensì solo se vi ravvisa un vizio in punto di diritto. Lo stesso limite ha la Corte costituzionale. Se il presidente e la Corte non eccepiscono, le leggi sono legittime. Accusare il presidente di non fare l’arbitro — che è già in sé una castroneria, costituzionalmente parlando — e di firmare leggi che non dovrebbe firmare vuol dire accusarlo di violare la Costituzione, cioè di sovversione.

Giorgio Napolitano sta esercitando la sua funzione non solo in modo esemplare, con intelligenza e moderazione, che sono, poi, le sue qualità umane, oltre che politiche, ma nel pieno rispetto della Costituzione. Di Pietro — con la pretesa che il capo dello Stato si arroghi un diritto che non ha — manifesta una inclinazione autoritaria. Una brutta deriva, la sua, peraltro non estranea alla sua cultura, che qualcuno dovrebbe spiegargli. In punto di Costituzione.


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Accordo sulla legge per le europee, soglia al 4% e preferenze

fazioso | 28 gennaio 2009

E’ praticamente a un passo l’introduzione di una nuova legge per le prossime elezioni europee, con una nuova soglia minima al 4% e la conferma delle preferenze
Conferme arrivano dal parlamento

Stretta sulla legge elettorale. Il testo che introduce lo sbarramento al 4% sarà esaminato dall’aula della Camera a partire da martedì pomeriggio, mentre il voto è previsto per la giornata di mercoledì. Nella conferenza dei capigruppo della Camera si è registrato “un ampio accordo” sull’ipotesi sbarramento del 4%, lasciando le preferenze.

Dietro il sì di Berlusconi alcune valutazioni di convenienza politica

A determinare la svolta è stato comunque il via libera di Berlusconi, che si è convinto dopo una serie di valutazioni di vario genere. Innanzi tutto una soglia eliminerà dal gioco una serie di piccoli partiti alleati (Mpa, Dca, Pensionati, Socialisti) a cui magari verranno accordati dei posti nelle liste del Pdl, nonché le forze politiche di destra. Questo consentira’ allo stesso Pdl di ottenere il 6-7 giugno un risultato migliore, con la speranza di presentarsi a Strasburgo come il partito piu’ forte del Ppe. La voglia di ‘sorpasso’ alla Cdu di Angela Merkel e di Hans Gert Poettering c’e’ tutta. Il che rafforzerebbe il tentativo di leadership di Berlusconi nello schieramento del centrodestra europeo, in concorrenza a Nicholas Sarkozy.

Fonti parlamentari riferiscono poi che, su suggerimento di Gianni Letta, il premier si è convinto dei rischi di tentare di danneggiare il Pd non introducendo una soglia. Se il partito di Veltroni dovesse implodere davanti a un grave insuccesso alle europee, è stato il ragionamento, a beneficiarne potrebbe essere il Centro di Casini. E un ritorno in auge, anche nell’opinione pubblica, dell’ipotesi di una grande forza di centro e’ il vero avversario strategico del nascente Pdl, che presuppone invece il bipolarismo.

I capigruppo del PDL in mattinata si erano detti favorevoli all’accordo

Insieme al ministro Vito abbiamo valutato la possibilità di introdurre una soglia di sbarramento del 4% nella legge elettorale per il Parlamento Europeo. L’intervento “rappresenta un contributo affinché il sistema politico italiano non torni ad essere caratterizzato da una eccessiva frammentazione e dalla rissosa contrapposizione tra micro-formazioni politiche

Favorevole anche il PD

Non sara’ la nostra legge ma se il confronto con la maggioranza portera’ a una modifica delle norme per le elezioni europee che, mantenendo le preferenze e le circoscrizioni attuali, preveda lo sbarramento del quattro per cento, noi saremo favorevoli. Il Partito Democratico  e’ da sempre convinto della necessita’ che al Parlamento europeo debbano sedere tutte le forze che rappresentino istanze concrete, ma e’ altrettanto convinto che l’ Italia non debba continuare a portare in Europa una inutile frammentazione di partiti”.

Critiche durissime dalla sinistra extraparlamentare

Complimenti a Veltroni. Ha una tale paura che si avverino i sondaggi che lo danno al 23% che è andato alla corte di berlusconi pur di incamerare i voti dei partiti piccoli e tentare di salvarsi” attacca Manuela Palermi del Pdci. “Si sta cercando in queste ore di trovare un accordicchio tra pd e pdl solo ed esclusivamente per trovare una via d’uscita per il vertice del partito democratico dal prevedibile insuccesso elettorale di giugno” scrive Claudio Fava.
“Ci troviamo di fronte ad un’altra legge ad personam, una sorta di ‘salva Veltroni’ per salvare i grandi partiti in crisi. Trovo questo un altro segnale del degrado cui è giunta la politica” ironizza l’ex segretario Prc Franco Giordano, ora nell’area vendoliana. “Quella sulla legge elettorale è quindi una manovra antidemocratica voluta da Veltroni e da Di Pietro per provare a distruggere definitivamente la sinistra” commenta il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero.

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Di Pietro voleva fare un film sulla sua vita, prodotto da Cecchi Gori e con De Niro protagonista

fazioso | 27 gennaio 2009

Nella trama dei processi per bancarotta e fallimento a carico di Vittorio Cecchi Gori salta fuori – non indagato – anche Antonio Di Pietro. Agli atti l’ex pm ci finisce a causa di un uomo che rappresenta il legame tra lui e il produttore cinematografico: Sergio Scicchitano. L’avvocato di fiducia del leader Idv, promosso nel Cda dell’Anas quando Tonino era titolare delle Infrastrutture, era diventato, nel 2006, anche legale dell’ex patron della Fiorentina. E a dar retta agli inquirenti dell’inchiesta sul fallimento FinMavi, proprio Scicchitano si preoccupava di rafforzare l’amicizia tra i due suoi clienti, peraltro «già esistente», a sentire l’entourage di Cecchi Gori.

L’informativa della finanza segnala una cena a casa dell’imprenditore fiorentino.
Mara Meis, ex fiamma di Cecchi Gori, spiega di cosa si parlò

Un’informativa della guardia di finanza si sofferma su una cena a casa di Vittorio Cecchi Gori con l’allora ministro Antonio Di Pietro, l’avvocato Scicchitano, difensore di entrambi…
«La cena… ».

Se la ricorda?
«Sì. Eravamo a casa, a Palazzo Borghese a Roma. Ricordo che venne Antonio Di Pietro, l’avvocato Scicchitano, e poi c’era una donna con Di Pietro della quale non faccio il nome per una questione di privacy. Una signora gradevole, che Antonio ci presentò come sua amica, che non faceva parte né del mondo politico né di quello dello spettacolo. Di certo non era Ela Weber, di cui ho letto della storia che c’era tra loro su certi giornali scandalistici».

Perché la finanza avrebbe prestato tanta attenzione a questo incontro?
«Non chiedetelo a me. Era più una cena tra amici che un incontro istituzionale. Per parlare di cinema, visto che Vittorio è uno che in queste occasioni parla sempre lui, tanto che si è discusso non di cose pesanti ma piuttosto di arte, cose di cui si parla a cena per non pensare ai drammi della vita. Peraltro essendo stato Vittorio senatore, oltre a fare cinema, aveva molte conoscenze politiche, e Di Pietro era fra queste. Ora sì che mi viene in mente una chicca… ».

Dica.
«Proprio quella sera Di Pietro ha parlato del fatto che aveva desiderio di fare un film sulla sua vita. E voleva che qualcuno lo scrivesse bene, perché – spiegava – “deve comunque cogliere tutte quelle che sono state le varie fasi della mia vita”. Quindi per essere scritte e messe su una sceneggiatura voleva avere un nome di un professionista. Era anche disposto a fornire lui le notizie, e chiese a Vittorio se conosceva qualche sceneggiatore che potesse aiutarlo. Aveva questo desiderio, a cena ne parlò: “Per fare un film sulla mia vita – disse – vorrei trovare la persona giusta che sappia scrivere i fatti, e magari ci parlo prima pure un attimo”… ».

Non saltò fuori qualche idea sull’attore a cui affidare il ruolo del fustigatore di Mani pulite?
«Sì, certo, se ne discusse. Ma non si presero decisioni all’istante, e a pensarci bene non è che ci fossero tantissimi attori adatti al personaggio. Diciamo che il discorso era orientato sullo stile Robert De Niro, magari proprio uno straniero. Comunque era solo un primo approccio, voleva capire da un grande del cinema, come Vittorio, se era una cosa fattibile».

E Cecchi Gori era interessato?
«Come no. Disse: “Hai ragione Tonino, un film sulla tua vita deve essere un grande film… ”».

Altri particolari dall’informativa

Dall’ascolto delle telefonate di Vittorio, gli inquirenti si imbattono in Tonino. «(Cecchi Gori) … attraverso l’avvocato Scicchitano entrava in contatto con Antonio Di Pietro che, a dire di Tommaso (…) gli avrebbe prospettato l’ipotesi di presentarsi alle prossime elezioni per il suo partito». A dire di Pino Lattari, poi «Cecchi Gori avrebbe destinato i locali della galleria Borghese come sede della Fondazione Mani Pulite che Di Pietro vorrebbe realizzare. Poi c’è la cena. Che i finanzieri citano soprattutto per dimostrare il ruolo di Scicchitano. «Significativa la telefonata tra Scicchitano e Cecchi Gori del 5.12.2006, in cui il legale lo informava che il ministro voleva andare a cena a casa sua per fargli conoscere una persona e aggiungeva che bisognava fare bella figura». L’indomani la finanza annota: «In una successiva chiamata Scicchitano gli chiedeva le impressioni sulla persona presentata dal ministro. Cecchi Gori rispondeva che era rimasto molto soddisfatto, era un uomo molto amabile e intelligente».

Un film su Di Pietro sarebbe stato sicuramente interessante ma pochi sono veramente in grado di rappresentare al meglio, soprattutto nella parlata sconclusionata e sgrammatica, il mitico trebbiatore.

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Veltroni è impazzito! “Le prossime elezioni le vinciamo noi!!!”

fazioso | 26 gennaio 2009

Oggi Veltroni ha dichiarato

Il Pd vincerà le prossime elezioni perchè nell’opinione pubblica sta maturando la convinzione che la stagione del centrodestra sia conclusa. Il segretario del Pd Walter Veltroni, parlando ai giornalisti durante una conferenza stampa, si mostra ottimista per il futuro: “Noi vinceremo le prossime elezioni, quando esse siano, perchè nel Paese sta nascendo la consapevolezza che una stagione politica si sta chiudendo“

Nella giornata in cui l’ultimo sondaggio dà il distacco tra le due coalizioni a 18 punti percentuali e con un PD secondo tutti le più importanti case sondaggistiche è spesso sotto il 25% Veltroni se ne esce con questa affermazione.

Ma vuole proprio farsi prendere in giro da tutti? Questa dichiarazione è persino più comica dei vari slogan memorabili della campagna elettorale come “Stiamo assistendo alla più grande rimonta della storia” “Ormai siamo vicini, vinceremo al tie break” “Siamo come l’Italia mondiale dell’82″, “Abbiamo messo la freccia del sorpasso” “Il paese è in sintonia con il PD”.

Forse intendeva le elezioni del 2020….. Forse….

Veltroni a Zelig subito!!!!

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Sondaggio Crespi (+ Tabella Riepilogativa Sondaggi): aumenta la distanza tra centrodestra e centrosinistra +18%

fazioso | 26 gennaio 2009

Pubblichiamo 2 nuovi sondaggi: un SWG prodotto l’08-01 e un nuovissimo Crespi del 21-01

Il Fazioso Liberale vi offre una tabella riepilogativa con tutti i sondaggi pubblicati negli ultimi mesi e il confronto con i risultati delle politiche 2008

CLICCA SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE

sondaggi2 Sondaggio Crespi (+ Tabella Riepilogativa Sondaggi): aumenta la distanza tra centrodestra e centrosinistra +18%

Per quanto riguarda il sondaggio Crespi ecco i dettagli

GOVERNO E CARICHE ISTITUZIONALI – Il governo nel suo complesso lascia sul terreno un punto percentuale, dal 54 al 53%. Tra le cariche istituzionali tocca il massimo assoluto il capo dello Stato. Il consenso in  Giorgio Napolitano è pari al 58% (+1). Perde un punto al 50% Renato Schifani, mentre il presidente della Camera Gianfranco Fini arretra al 54% dal precedente 56.

I MINISTRI – In testa alla classifica dei ministri Roberto Maroni (stabile) raggiunge Renato Brunetta (in calo di un punto) al 55%.

In terza posizione balza Franco Frattini, più due per cento a quota 53. Al quarto posto si conferma Ignazio La Russa (fermo), in compagnia di Stefania Prestigiacomo (più due punti) al 52%.

Cede due punti percentuali e scivola al 51% Giulio Tremonti. Angelino Alfano è stabile al 50%, raggiunto da Mariastella Gelmini (+2%). Ferma al 48% Giorgia Meloni.

Tracollo di Maurizio Sacconi, dal 50% di dicembre al 46 di gennaio. Stabili al 45% Sandro Bondi e Claudio Scajola. Balzo di quattro punti di Umberto Bossi (44%). Sale anche Mara Carfagna al 43% (+2). Perde un punto Altero Matteoli (40%), stesso livello di Gianfranco Rotondi. Fermo al 38% Andrea Ronchi, raggiunto da Luca Zaia (+2). Cresce di un punto percentuale al 36% Roberto Calderoli. Ultimi con il 35% Elio Vito (-1) e Raffaele Fitto (-2).

I PARTITI – Tra i partiti, il Popolo della Libertà subisce una lieve flessione: dal 40% di dicembre al 39,6. La Lega Nord si conferma molto tonica, anche se scende dall’11,5 all’11% (quasi tre punti in più rispetto alle Politiche). Cresce dall’1 all’1,3% l’Mpa.

Totale maggioranza 51,9, il mese scorso era il 52,5%.

Il Partito Democratico perde ancora terreno e tocca il punto più basso dall’agosto del 2008. A gennaio è al 26,3% rispetto al 27,5 di dicembre.

Netto il ribasso dell’Italia dei Valori, scivolata al 6% dal precedente 7,5. La Lista Pannella-Bonino ottiene l’1,6% nelle intenzioni di voto.

In crescita dal 5 al 5,5% l’Udc. Rifondazione Comunista arretra dal 2,5 al 2,2%. Il Pdci vale l’1,2% rispetto all’1 di dicembre. Fermi allo 0,5% i Verdi.

La Destra scivola all’1,8% contro il 2 del mese scorso. Il Partito Socialista è all’1,2% (era all’1), mentre l’Udeur di Mastella si attesta allo 0,8%. Gli altri 1%

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9 partiti di ispirazione comunista in Italia. Ma i voti?

fazioso | 25 gennaio 2009

Dopo l’annuncio di ieri di Vendola, la galassia rossa si fa sempre più folta

E cinque, più precisamente nove, ma fate pure undici. Ieri Nichi Vendola ha annunciato formalmente il suo distacco da Rifondazione comunista, e la nascita di una nuova formazione, Rps, Rifondazione per la sinistra. Così i partiti comunisti nel nostro Paese, quelli più noti che son stati in Parlamento e aspirano a tornare almeno a Strasburgo in primavera, salgono a cinque. Ma in realtà nove, contando i meno noti di tradizione trotskista o maoista, che han comunque presentato il loro simbolo, con tanto di falce e martello, alle elezioni dell’anno scorso. E aggiungendo al conto anche quelli che tengono l’ideale nel cuore ma stanno ugualmente all’estrema sinistra, Sole che ride e Sinistra democratica, eccoci a undici.

Nel particolare

Abbiamo il Partito della Rifondazione comunista guidato da Paolo Ferrero, dal quale si stacca ora con l’ennesima scissione la Rifondazione del governatore pugliese. Poi il Partito dei comunisti italiani di Oliviero Diliberto. Quindi il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, che ha avuto par condicio nelle tribune elettorali pur rimanendo escluso, come gli altri compagni più «grandi» in verità, dal Parlamento. Non avrete dimenticato Sinistra critica, ecologista, comunista, femminista di Flavia D’Angeli, quel peperino che dava lezioni anche a Porta a porta. I più attenti alle vicende globali della sinistra infine, conoscono bene Iniziativa comunista di Norberto Natali, costola rifondarola anch’egli, implicato con le nuove Br e poi prosciolto totalmente. Così il Partito comunista italiano marxista-leninista diretto da Domenico Savio, che contende l’eredità maoista alla Lista comunista per il blocco popolare di Pietro Vangeli. Infine il Partito di alternativa comunista, con la gobba della falce a sinistra come si conviene ai buoni trotskisti, affiliato alla Quarta Internazionale, Fabiana Stefanoni leader. Tutti regolarmente registrati al Viminale per le scorse elezioni.

Il tutto è vagamente comico, sembra una di quelle simulazioni politiche in cui ogni giocatore si può creare il suo partito personale. Poveri comunisti, cosi fieri della propria ideologia (pessima) ma anche cosi vogliosi di continue scissioni. Un visitatore disattento potrebbe pensare a una super vitalità della galassia comunista, con cosi tante voci. In realtà i voti scarseggiano e i micropartitini rossi probabilmente finiranno a percentuali infinetisimali. Un po’ di compassione sinceramente c’è ma poi se ripensi alle loro idee cosi incredibilmente assurde e sconfitte dalla storia ti viene solo da ridere e da mettere il dito nella piaga.

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